Chi pensa che il lavoro non sia in cima alle preoccupazioni di quelli della mia generazione, non ha capito un…pazzo, è davvero un pazzo se pensa questo.

La mia generazione è quella di chi è nato nella seconda metà degli anni 80 e nella prima degli anni 90, troppo avanti per crescere con gli stereotipi sull’Italia di “Drive in” in onda su canale 5, e troppo indietro per smanettare su tablet e smartphone già dalla culla.

La mia generazione è preoccupata dal lavoro perché fatica a trovarlo, nonostante ci sia, eccome.

La mia generazione non trova lavoro per due motivi fondamentali:

  1. Manca rispetto al passato, un certo automatismo tra fine degli studi (anticipata o no) e mondo del lavoro. Chi non studiava o studiava di meno, in passato, si sentiva “tagliato” per lavori pratici e ripetitivi (che non vuol dire lavori facili), e iniziava a cimentarvisi da subito, maturando i contributi per stare ora al bar dello sport a leggere il giornale, in compagnia di chi invece dovrebbe velocemente prendere il suo posto, ma non lo fa.
  2. Siamo saliti un po’ troppo sulla piramide dei bisogni di Maslow. No, non ho detto una parolaccia.

Dal sempre caro Wikipedia:

Tra il 1943 e il 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow concepì il concetto di “Hierarchy of Needs” (gerarchia dei bisogni o necessità) e la divulgò nel libro Motivation and Personality del 1954.

Questa scala di bisogni è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell’individuo) ai più complessi (di carattere sociale). L’individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Questa scala è internazionalmente conosciuta come “La piramide di Maslow”. I livelli di bisogno concepiti sono:

  • Bisogni fisiologici (fame, sete, ecc.)
  • Bisogni di salvezza, sicurezza e protezione
  • Bisogni di appartenenza (affetto, identificazione)
  • Bisogni di stima, di prestigio, di successo
  • Bisogni di realizzazione di sé (realizzando la propria identità e le proprie aspettative e occupando una posizione soddisfacente nel gruppo sociale).

Insomma, rispetto ai nostri genitori, abbiamo molta meno fame e sete, e molto più desiderio di soddisfare il nostro ego, il nostro talento e la nostra vocazione, qualsiasi essa sia.

Ora siamo ad un bivio: possiamo fare i moralisti, e dire che dobbiamo vergognarci e accontentarci del primo lavoro che ci capita, perché il lavoro non si rifiuta, “nobilita l’uomo”, “la fatica si chiama chicozza” e tutta quella serie di detti e proverbi più o meno antichi, oppure possiamo sinceramente e serenamente prendere atto che la mancanza di fame e sete, cioè la presenza di uno stato di benessere medio-alto, è una grande fortuna che va onorata, scegliendo un futuro adatto a quello che sognavamo di fare da bambini.

Io mi ritengo un ragazzo fortunato, come diceva il buon signor Cherubini: le uniche crisi di fame e di sete che ho patito in vita mia, sono state in bici mentre risalivo lunghi tornanti in salita sulla nostra bella Murgia. Questo perché chi mi ha generato, e chi ha generato chi mi ha generato, spinto dalla fame, ha creato un benessere diffuso che mi ha permesso di formarmi per fare quello che ho sempre sognato da bambino, probabilmente l’unica cosa che faccio senza risultati catastrofici: scrivere.

Mi rendo conto che non tutti i miei coetanei stanno avendo la mia stessa fortuna, ma bisogna fare in modo che questo benessere e progresso diffuso, questa nostra iper-ricettività agli stimoli del mondo dovuta alla tecnologia, debba essere usata per non vivere di rimpianti.

Siamo nel futuro, diamoci una mossa.

“Non siamo mica nel ‘500 dove non succedeva un c….” come dice Libero de Rienzo nel Film “Santa Maradona”.

Le opportunità non ci passano più davanti alla velocità di una locomotiva sbuffante, ma sfrecciano come dei diamine di treni super veloci giapponesi, e non possiamo permetterci il lusso di stare fermi in stazione.

Tutto questo perché?

Perché ci sono miei, e probabilmente tuoi coetanei, che lavorano comodamente da una capanna in Thailandia, dalla loro casa al mare in Sicilia, o semplicemente dal loro divano, spostandosi quando vogliono, e portandosi dietro il proprio talento, le proprie competenze, e un pc.

Vengono chiamati Nomadi Digitali dai giornali.

Il posto fisso e le garanzie contrattuali vanno scomparendo? E allora perché lavorare da casa – come in Italia fanno, secondo il Censis, 1,8 milioni di giovani – quando le nuove tecnologie ti permettono di trasformare di volta in volta in un ufficio il tavolo di uno Starbucks di Portland o una biblioteca di Buenos Aires? Connessione (e fuso orario) permettendo, per restare in contatto con i datori di lavoro bastano una mail, WhatsApp e Skype. Su Dropbox si condividono i file, e con Facebook e Instagram si rimpiazza il gossip della pausa sigaretta.

Il fenomeno è in crescita, e c’è chi prevede, come il 30enne olandese Pieter Levels, fondatore del sito Nomad List, che saranno un miliardo nel 2035, quando solo negli Stati Uniti i freelance potrebbero passare dal 30 al 50 per cento, ovunque la velocità delle connessioni e la qualità degli smartphone saranno di gran lunga superiori e l’economia della condivisione e del low cost renderà ancora più facile spostarsi.

Nel frattempo crescono i siti specializzati, come quelli che di ogni città segnalano gli spazi di coworking (Roam, Surf Office) o il costo della vita (Numbeo), o come i social network appunto per nomadi digitali (Nomad List).

Grafici, copywriter, stilisti, progettisti di interni, di componenti d’arredo, giornalisti, blogger e centinaia di altri lavori, una volta “artigianali” ora si fanno così.

La bottega si chiude, e diventa il tuo pc.

Ti rendi conto di cosa voglia dire fare un lavoro che ti faccia svegliare la mattina senza imprecare, gestendolo con i tuoi tempi, e la tua voglia?

Potresti scegliere di fare pausa con un bagno al mare, lavorare 15 ore al giorno puntando ad aumentare gli zeri del tuo conto in banca, oppure lavorare solo 3-4 ore al giorno, dedicando più tempo a ciò che ti piace davvero, a ciò che sogni di fare mentre stai lavorando. E nessuno potrà mettere bocca su questo.

Se non credi che questo sia possibile, rileggiti le statistiche che ti ho riportato sopra sui numeri in ascesa dei nomadi digitali.

Ciò che davvero ti separa da una vita vissuta secondo le tue regole e una vita di “se e ma”, non mi stancherò mai di dirlo, è un’adeguata formazione.

E’ completamente fuori dal mondo pensare di poter vivere da professionista libero (e non da libero professionista) senza avere competenze ed una storia professionale che porta un cliente a commissionarti un lavoro.

Per questo è nato il progetto “Artigiani Digitali” di CDQ FORMAZIONE.

In ”Artigiani Digitali” troverai l’occasione che hai sempre aspettato per poter imparare a fare il mestiere per il quale sei portato. Già il mestiere, questa parola bellissima che stanno cercando di cancellare, e che noi non permetteremo che accada.

Diventerai esperto in ciò che sceglierai di fare: la grafica, o la progettazione, o l’ideazione nel settore pubblicitario, della moda, dell’arredamento.

Un’occasione così andrebbe scovata, dopo una serie di porte sbattute in faccia, di “niente di fatto”, di tanto sudore e lacrime, come è accaduto a tanti, a troppi.

Tu potresti avere ancor più fortuna, oltre a quella che ti fa stare in punta di piedi sulla piramide che ti ho decritto prima, per prendere in mano la tua vita.

Il progetto verrà reso pubblico a breve, ma c’è già molto fermento intorno a questa divisione formativa.

Molti ci hanno già chiamato o scritto per avere più informazioni, e verranno presto accontentati e premiati con qualcosa in più, per la loro solerzia.

La buona notizia è che puoi essere fra questi.

Clicca qui, compila il form, e ti daremo più informazioni sul progetto, spiegandoti come riservare il tuo posto nei primi corsi di formazione certificati che partiranno.

Non perdere l’equilibrio, e fatti un favore.

Ci vediamo! Ne sono sicuro.

Stefano – Area Progettazione

 

Link

Repubblica: “Istruzioni per nomadi digitali” http://d.repubblica.it/attualita/2016/09/19/news/lavoro_web_wifi_nomadi_digitali-3234178/?ref=fbpd

Bisogno:  lemma Wikipedia

https://it.wikipedia.org/wiki/Bisogno

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