Negli ultimi due post che ho pubblicato ho quasi dato l’impressione di voler bacchettare tutti i miei coetanei, un po’ come se io fossi scevra da tutti i problemi legati al lavoro, che sta affrontando la nostra generazione.

Diciamo solo che il ruolo che mi compete da un po’ di anni a questa parte mi consente di dialogare con entrambi i lati della medaglia: quello di chi il lavoro lo cerca e quello di chi lo offre.

E devo ammettere che spesso non si sa a chi dare ragione, perché pare che ve ne siano da entrambe le parti.

Io però, da qualche settimana, ho scelto di focalizzarmi in modo specifico sui punti deboli che tengono molto spesso bloccati nel proprio ruolo sia i giovani che gli imprenditori, senza fare un minimo passo verso il cambiamento.

Così, se è vero (in parte) che questa generazione chiamata millenials sembra un po’ anestetizzata dalla vita, confusa, disorientata e poco propensa al sacrificio, è pur vero che l’humus aziendale entro cui inserirsi diventa sempre più arido.

E oggi, caro mio imprenditore, mi rivolgo proprio a te.

Sì, perché conosco le tue lamentele, le tue delusioni, anche le tue arrabbiature, ma conosco anche i tuoi piccoli grandi peccati che, se perpetuati, fanno cadere le braccia anche al ragazzo più volenteroso.

Sarò diretta e cruda: quanto ci sai fare con gli stagisti e i giovani dipendenti che ti capitano sotto tiro?

Siamo sinceri, parliamoci entrambi da “boss” di una squadra che cerchiamo di far funzionare, in un contesto (quello di una Regione del Sud Italia) in cui il lavoro è una questione molto delicata.

Tante volte ti ho sentito pronunciare questa frase “Quando ero giovane io, non esisteva paga, non esistevano orari, né ferie e malattie, eppure non mi lamentavo, perché se l’avessi fatto i miei genitori mi avrebbero dato il resto. Oggi li ringrazio. Si sa che mazz e panell fann i figl bell“.

Scusate l’incursione nel dialetto locale, è stato per mantenermi il più fedele possibile alle versioni originali delle conversazioni.

Per chi mi leggesse da lontano, il senso è quello della carota e del bastone. Se i figli li bacchetti vengono su bene.

E molti, siamo sempre sinceri, pensano di poter riportare tuttora questo metodo arcaico anche nelle loro aziende.

Il risultato?

Demotivazione e insoddisfazione totale da parte di chi si ritrova a lavorare per te.

Caro il mio imprenditore, e te lo dico sempre da direttrice di una squadra, i metodi duri non avrebbero avuto efficacia anche con te, se ci fosse stata un’alternativa, ai tuoi tempi. E probabilmente, visto con quanta facilità assisto a liquidazioni di piccole realtà locali, probabilmente non hanno funzionato affatto.

Oggi la logica del bastone e della carota può funzionare solo se interpretata e applicata nel modo giusto.

Non dimenticare, infatti, che tu hai un ruolo molto importante a livello sociale, oltre che economico.

Quando prendi in carica le basi della carriera di un giovane lavoratore diventi automaticamente complice del suo destino.

Ferma restando la determinazione che il ragazzo ha nel perseguire la sua strada, è altrettanto fondamentale il modo in cui riesci a motivarlo.

Sì, perché il successo di un’esperienza lavorativa è dato da tre fattori fondamentali: dialogo, coinvolgimento e motivazione.

Quello che agli albori della sociologia industriale era definita carota, ovvero piccoli riconoscimenti economici a fronte di una maggiore resa lavorativa, oggi sono stati rimpiazzati da altro.

Non entro nei meandri della retribuzione economica, che andrebbero riconosciuti ad un giovane che si affaccia al mondo del lavoro e, a dirla tutta, non sa ancora fare nulla. Sono troppe le dinamiche alle spalle di una quantificazione del genere.

Voglio focalizzare la tua attenzione, su altre forme di premialità, che possono motivare e persino entusiasmare un ragazzo nello svolgimento delle sue, pur semplici, mansioni.

Ecco qualche tips su come affrontare l’approccio verso un nuovo giovane collaboratore.

  • L’osservazione e l’ascolto. In primo luogo, se vuoi capire con chi dovrai avere a che fare nei prossimi mesi, e anche di più, dovrai osservare. Che non vuol dire vestirsi da cane da guardia e abbaiare ogni volta che noti qualcosa che non va, ma semplicemente dedicare del tempo a capire quali dei compiti che gli hai affidato porta avanti più volentieri, a discapito di altri.
  • Spiegazione. Quando avrai un quadro più o meno chiaro del tuo nuovo giovane collaboratore, allora è il caso che tu spenda un po’ di tempo a spiegare. Tutto. Senza tralasciare nulla. Spiegagli come è nata la tua attività, da quanto, perché, cosa fanno gli altri, cosa vorresti facesse lui. Poi, aspetto più importante, spiegagli cosa hai osservato. Digli che vorresti responsabilizzarlo su alcuni compiti (quelli per cui è più portato) e insegnargli anche gli altri (perché bisogna comunque saper fare il più possibile).
  • Sì, all’inizio avrà bisogno di un affiancamento, perché venga orientato nella giusta direzione. Dopo però, lascialo libero. Il sistema obiettivi-scadenze è sempre stato il migliore. Fissati questi, lui saprà perfettamente cosa consegnarti ed entro quanto. L’autonomia di azione lo farà sentire un artefice delle decisioni che prenderà nel suo piccolo ambito, lo aiuterà a risolvere da solo i problemi che sono alla sua portata e stimolare la sua creatività. Certamente farà bene alla sua autostima e alla sua resa.
  • Riconoscimento delle competenze acquisite. Nel tempo, il tuo giovane collaboratore, certamente imparerà a fare cose che prima non sapeva fare. Non lesinare nel farglielo notare. Negli USA si usa l’espressione “Well done“, ben fatto. Sentirla pronunciare anche da te, di tanto in tanto, non gli farà male, anzi.
  • Visibilità sociale e nelle relazioni. Se pensi possa essere il momento giusto, allora rendilo partecipe anche dei momenti di incontro che si avvicendano nella tua realtà, piccola che sia. Dalla pausa caffè, alle chiacchiere con i clienti fino alle riunioni interne o esterne. All’inizio potrebbe star sulle sue, in un angolo a guardare, poi, potrebbe anche tirar fuori delle idee che non sarebbero venute neanche a te. Ricordati che ogni giovane e volenteroso lavoratore è una risorsa fresca e ricca per te.
  • Coinvolgimento in progetti di rilievo. Sia chiaro non dal primo giorno, a meno che non dimostri di avere già le giuste basi, ma se si dimostra all’altezza delle mansioni che gli affidi non risparmiarti di metterlo dentro a progetti più ambiziosi che lo facciano sentire più importante nel tuo staff. Perseguire obiettivi sfidanti per un ragazzo può essere molto stimolante.
  • Tempo e pazienza. L’ho messo alla fine, perché è una regola che vale in maniera trasversale in tutta l’attività che porti avanti. Con uno stagista o un giovane impiegato ne serve un po’ di più. So che sei oberato e pressato da preoccupazioni ben più grandi rispetto alla sua crescita, ma non dimenticare mai che quello che oggi ti sembra un peso morto sulle tue spalle, domani può diventare il motore trainante della tua attività.

E l’ultimo tip vuoi conoscerlo?

Formalo. Fagli capire che ci tieni alla sua crescita, al di là del fatto che lui/lei prosegua da te o meno, lascia un segno del tuo passaggio nella sua vita personale e aiutalo a lasciare il suo nella tua azienda. Te ne sarà grato.

Ci sono una marea di programmi finanziati rivolti proprio ai giovani che non hanno raggiunto i 30 anni di età, e oltre. Perché non indirizzarlo verso uno di questi, perché ne acquisisca di utili da mettere subito in pratica nella tua realtà.

Sappi che non dovrai neanche tirar fuori soldi, perché spesso sono finanziati al 100% o cofinanziabili con ore di lavoro.

Ecco, per noi della CDQ Formazione, questo è il pane quotidiano. La ragione per cui spesso mi ritrovo a parlare a sei occhi con imprenditori e ragazzi in cerca di opportunità.

Perché farsi scappare l’occasione di veder nascere un nuovo talento proprio nella tua azienda.

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Sono certa, non te ne pentirai.

A presto

Sara Pellegrino – Direttrice CDQ Formazione

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