Avere a che fare ogni giorno con curriculum, attestati e quanto di più formale si possa immaginare per descrivere le abilità professionali di una persona, mi porta a riflettere sempre più spesso sullo stato di salute della nostra formazione professionale, e più in generale sul mercato del lavoro, dal versante di chi il lavoro lo cerca.

In buona sostanza facciamo questo:

– ci affanniamo a elencare abilità professionali non dimostrabili;

– inseriamo informazioni fuorvianti o inutili a fini lavorativi;

– trattiamo le abilità linguistiche come una mera formalità, come se fosse un’autorizzazione sulla privacy da firmare.

Un gravissimo errore.

Perché accade questo? Perché il rapporto tra la cultura italiana e le altre lingue è conflittuale dall’alba dei tempi. Abbiamo una cultura linguistica così radicata storicamente e piena di tante peculiarità linguistiche locali (come i dialetti e gli accenti) tale da schermarci totalmente verso l’esterno, come se la “bellezza dell’italiano” sia talmente sfavillante da non poter essere corrotta da espressioni come “ A che ora è il brief?” oppure “L’imbarco è a quel gate laggiù”.

Molti trovano tutto questo ridicolo, se non oltraggioso.

Ma non c’è nulla di oltraggioso in questo. Soprattutto, non è una questione su cui si può dibattere o emettere giudizi.

Dobbiamo piantarci, come un chiodo nel cervello, il fatto che la lingua si evolve di continuo e senza sosta, si contamina e si “sporca” con altre lingue, gerghi e linguaggi presi dovunque.

Capite bene che scrivere sul CV “Buona conoscenza dell’inglese scritto e parlato” oppure dire “Parlo l’inglese solo scritto, ma non lo scrivo parlato” ha la stessa utilità nel trovare lavoro, di quanto possa essere utile un accendino per cacciare un orso in una foresta.

E non parlo del russo o dell’arabo, la cui conoscenza per il futuro sarà indispensabile. Parlo dell’inglese, perché l’inglese, davvero, serve a tutti.

Il fatto è che noi l’inglese non lo sappiamo parlare, nonostante ci vengano propinate lezioni di inglese come forchettate di broccoli, sin da quando si portano i grembiulini e si guardano i cartoni animati. Lo studiamo, ma niente.

A differenza degli altri paesi dell’Unione Europea, vi è una percentuale molto più alta di ragazzi italiani che, oltre ad approcciarsi ad una seconda lingua, si dedicano anche ad una terza durante gli studi delle scuole medie, obbligatoria dal 2010: il 98% di loro, contro il 60% del resto d’Europa. In più l’Italia è tra i 14 paesi della Ue che ha imposto l’obbligo di studiare una seconda lingua (ormai la tendenza verte per lo più verso l’inglese,) dai 6 anni, appena iniziate le scuole primarie. E anzi, vi sono corsi nel periodo prescolare in cui i bambini iniziano ad approcciarsi alla nuova lingua con giochi e trovate divertenti.

Ma allora perché, nonostante queste opportunità offerte dalla scuola, e questi dati che vedono gli studi degli italiani più completi rispetto a quelli del resto d’Europa, solo il 16% degli italiani parla correttamente una seconda lingua?

Per tre ragioni:

  1. Solo il 23% dei ragazzi continua il suo percorso di apprendimento della seconda lingua, e solo il 50% dei titoli di studio la prevede. L’abbandono della lingua porta inevitabilmente ad una perdita di confidenza con questa e ad una fase di deterioramento della sua conoscenza. Insomma, la trattiamo come una materia di scuola, quando invece potrebbe essere la nostra arma principale per lavorare.
  2. Coloro che occupano le cattedre alla scuola primaria (momento centrale per sviluppare l’abilità di assimilazione di costrutti linguistici stranieri), sono per lo più usciti dalle scuole magistrali, e molti di loro non seguono corsi di aggiornamento da circa dieci anni, trasmettendo così un insegnamento arretrato, che tralascia le novità della lingua. Diventa un esercizio di stile, come il Latino. Per carità, lodevolissimo, ma poco utile ai fini delle abilità linguistiche.
  3. Mancanza di incentivi posti negli scambi culturali. Noi giovani viaggiamo poco, e siamo quelli che scelgono i viaggi in base alle discoteche, le spiagge o la presenza di ristoranti italiani. Viaggiare è fare esattamente l’opposto di quanto ho appena scritto.

I Paesi nordici, come ad esempio la Svezia, la Danimarca o anche l’Olanda, adottano un sistema ben differente: i bambini entrano sin dalla prima infanzia nel mondo della lingua straniera con cartoni, film, fumetti tutti visti o letti in lingua originale. Seguendo l’esempio dei genitori, che cercano di vedere film il più possibile in lingua originale, da subito i bambini si adattano, ed imparano velocemente a comunicare nella nuova lingua. A volte basterebbe questo.

Insomma, la questione è questa: le abilità tecniche, e il “saper fare” un lavoro,  si imparano con l’esperienza e la possibilità data da un datore di lavoro che crede in te. Ma questa fiducia devi guadagnartela, dimostrando di avere un ottimo punto di partenza sotto il profilo delle attitudini e delle cosiddette capacità trasversali, la lingua inglese è una di queste.

E non credere che questo valga per i lavori “da scrivania”: prova ad aggiornarti sull’utilizzo di strumentazioni tecniche, artigianali e chi più ne ha più ne metta, senza sapere l’inglese, oppure senza bestemmiare. Impossibile.

Se hai tra i 18 e i 29 anni, in questo momento non studi e non lavori, hai l’opportunità di risolvere il problema gratuitamente, con il programma finanziato dalla Regione Puglia chiamato GARANZIA GIOVANI.

Gli elementi della sintassi, le espressioni più comuni, ma soprattutto le costruzioni linguistiche tipiche del mondo professionale…insomma tutto ciò che c’è da padroneggiare per inserire nel tuo CV “Buona conoscenza dell’inglese” senza sperare che nessuno ti faccia una domanda che non sia in Italiano.

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Spero che la lettura sia stata illuminante.

Un abbraccio

Stefano – Area Progettazione

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